Quel giorno, per una forma di trasgressione inconsapevole, egli sceglie come luogo per una passeggiata quel posto lontano: il cimitero. Lo sceglie come voluttuosa attrazione tra amore e morte. "L’intima unione tra Eros e Thanatos si compie nella morte", egli ha scritto in uno dei suoi racconti, "paradiso degli amori terreni impossibili, cui gli amanti confidano il loro destino".

Passeggia lentamente, trascinando il proprio corpo, come se indugiando in quel modo nel concedersi alla strada lo facesse stare meglio nei suoi pensieri. Un passo dopo l’altro.

In fondo, si dirà quel ragazzo poco più che ventenne, non c’è nessuno che lo aspetti là dove sta andando, nessuno che possa offendersi del suo ritardo, né se strada facendo cambiasse idea o destinazione e riprendesse la via del ritorno.

Egli a tratti si ferma, a volte sorride. Un intreccio di attimi e di pause interminabili, nei quali il mondo gli ruota intorno. Ed egli galleggia sospeso, dimenticando in quegli attimi rubati al tempo ciò che si nasconde nel suo animo di giovane solitario.

In fondo, si dirà per la seconda volta in pochissimo tempo, non c’è nessuno che lo aspetti: né là dove sta andando, né a casa, dove non vuole tornare.

Del resto, egli sa che la cosa più importante per andare avanti è ritrovare fiducia nell’oblio, ritrovare quella sottile linea immaginaria che sembra proteggerlo da ogni possibile forma di male terreno.

Tutt’a un tratto, si rende conto come per incanto che è una fresca giornata primaverile. Se ne accorge alzando per un attimo la testa, che teneva china sulla strada mentre camminava schivando i sassi del viottolo.

Ci sono tante cose che si potrebbero raccontare su questo ragazzo poco più che ventenne, troppo bello per non insinuare un minimo senso di desiderio: invidia per il maschio, voglia di possederlo per la femmina. In questo strano pomeriggio ormai giunto alla fine, in questo cimitero in cui sta entrando ora, nella città che un tempo era anche sua. Questo ragazzo così fragile, mezzo curvo per i suoi pensieri che vagano raminghi nella mente, così come egli ora vaga ramingo per questi luoghi che si fanno man mano più estranei ai suoi occhi.

Il cimitero ha le sembianze di un cimitero di paese. I confini sono demarcati — alla destra per chi entra, ma alla sinistra rispetto a dove lo sto osservando — dal filare di cipressi che si stagliano in fila indiana verso il cielo al crepuscolo. Lungo questa linea, estesa orizzontalmente dal cancello in ferro battuto dell’ingresso fino alla chiesetta in mattoni rossi da dove mi metto a spiarlo, egli procede lento e assorto tra l’ingarbugliamento dei suoi pensieri, densi di nebbia, di alcune birre e di molta solitudine.

Adesso allungo il collo per spiarlo meglio. Egli si accende una sigaretta. Istintivamente è attratto dalla mano, la sua. Poi sospira. Dopo si guarda attorno come se non vedesse niente, né nessuno.

Ci sono tante cose che si potrebbero dire su questo ragazzo, continuo a ripetermi mentalmente nella mia assoluta immobilità di osservatore distaccato. Tante cose. Però adesso preferisco spiarlo in silenzio, laggiù vicino alla tomba senza lapide, dove egli si è accovacciato a terra mentre fuma.

Fuma e si guarda attorno, facendo attenzione a non respirare troppo forte per non rompere il silenzio che lo avvolge. Un silenzio sufficiente e assoluto per risparmiare a chiunque ogni parola, ogni pensiero. Persino a lui. Bello e poco più che ventenne, avulso da ogni confronto.

Esiste, questo ragazzo, o lo sto inventando? Sono conscio del presentimento di essere prigioniero della mia assurda invenzione — eppure stupidamente reale al tempo stesso — che ora sto vivendo sulla mia pelle mentre scrivo, senza lasciare spazio ad altre fughe. Vorrei andare incontro a questo ragazzo, sedermi di fronte a lui e parlargli guardandolo dritto negli occhi. O forse solo fissarlo senza pudori, oppure offrirgli un frenetico joint e fumarcelo insieme, laggiù nella polvere del cimitero, seduti sulla lastra di quella tomba consunta dal tempo. Amare il proprio io nell’altro a volte ci condanna, mi dico.

Ma quando questo ragazzo arma parole che giungono fino a me in frammenti scagliati attraverso lo spazio che ci separa, in forma così luminosa da rischiare di accecare anche me… quando tutto questo avviene, come sta avvenendo ora, i corpi desiderano toccarsi perché le menti volino insieme al di là della linea dell’orizzonte, anche se non si percepisce, anche se non è chiaramente visibile. Guardarsi, allora, è come accettare di riconoscersi, o forse è riconoscersi davvero. È come farlo allo specchio — forse infranto, scomposto in tanti piccoli frammenti deformanti che possono ferire — e contemplarci disarmati, complici, abbandonati, pungenti, severi… come compagni. Forse per questo esito e indugio a lungo: per il timore compassionevole di essere in grado di comprendere il verbo di tali abissi colonizzati, la voce roca di questo ragazzo "più grande" contro il rumore assordante del mondo…

Adesso, mentre lo sto guardando con tanta insistenza, sento nella mia fragilità di sedicenne quello che lui stesso sente e, nel medesimo istante, per un attimo, vedo ciò che a malapena sta per disegnarsi. E ho paura.

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