Esco che è sera tardi. Appeso all’attaccapanni vicino alla porta di casa, noto il soprabito beige di mio padre. Mi rendo conto di come sia difficile andare d’accordo con uno che indossa un soprabito, e beige oltretutto. Infilo al volo il mio bomber nero e sbatto la porta.
Mi piace farmi notare, mi piacciono queste uscite un po’ teatrali, anzi: tolgo il "po’". Scendo le scale di corsa e intanto mi sono già infilato tra le labbra la “rossa”, ma come sempre mi manca da accendere.
Dare un senso alla mia vita? Uno qualsiasi, pur di andare avanti e sentire qualcosa capace di farmi aprire gli occhi, e non stare a letto tutto il giorno. Cazzo, fare a meno di uno scopo, anche minimo. Senza un fottutissimo minimo scopo, ecco come vorrei vivere. Benché già questa cosa mandi affanculo tutto quanto, e allora che senso avrebbe la ricerca di un senso nell’assenza di senso?
Vabbè, lascio stare. Entro in birreria che è meglio. Guardo le solite facce, niente di nuovo oltre il bancone. Le solite facce pallide alla ricerca, appunto, di quell’isola che non c’è. Mi chiedo se tutte quelle facce abbiano senso di esistere su quei corpi clonati, oppure se anch’esse si siano svegliate come me, in piena notte, con quell’unico desiderio. Quello di andarmene e staccarmi da un corpo stropicciato verso vite sconosciute, senza sapere dove sono diretto, senza sapere dove il tempo mi stia portando — o forse sì!
Mi volto e sono solo, nudo sulla cima di un accumulo di sacchi d’immondizia neri. Ecco, ora sì: ci sono!