La giornata stava quasi per finire e fuori iniziava a imbrunire. La stanza era immersa in quella penombra di passaggio che dava alle cose quella velata parvenza — di magico e irreale — difficilmente avvertibile in altri momenti della giornata.
Sdraiato sulla chaise-longue in pelle nera, Andrea era immobile a braccia conserte; poteva scorgere ancora, attraverso i fori della tapparella abbassata, i giochi di luce della strada. Ne sentiva anche i rumori sullo sfondo, seppure appena percettibili, come si odono le cose quando ci si tappa le orecchie con le mani; quel miscuglio di auto, tram, il viavai della gente, sirene in lontananza…
"Non sai pensare che a te stesso", gli aveva detto prima di andarsene. Con quel tono di voce che egli aveva imparato a conoscere e di cui sapeva dosare gli impulsi; anche se a volte ci rimaneva ancora male — stordito sarebbe la parola più appropriata.
E se Simo avesse ragione? Se tutto questo malessere trascinato — come l’altro gli ripeteva da tempo — fosse nient’altro che la propria innata voglia di autocommiserarsi, innalzando tra sé e gli altri siepi e sovrumani silenzi, solo per il gusto decadente di farlo?
Già, Simo: era frizzante nei suoi vent'anni di ebollizione ribelle. Simo aveva tutto quello che Andrea avrebbe desiderato avere, lui che invecchiava di un anno ogni sei mesi. Andrea era fottutamente senza bollicine nel crogiolarsi nella propria incapacità di godersi la vita. Quarant’anni, e credeva di averne il doppio.
"Tu ormai sei solo un cetriolo ammuffito, rugoso e arido."
Queste le parole cattive che Simo gli aveva detto prima di andarsene, sbattendo la porta alle sue spalle.
Da allora, alcune ore prima, immobile in quella posizione sulla sua chaise-longue di design, Andrea non smetteva di fissare quella porta. Non credo sapesse che cosa stava aspettando che succedesse. Per un attimo forse sì, lo aveva intuito; ma era stata l’esitazione a fargli perdere l’opportunità di comprenderlo. "Non so, non so, non so…" continuava a ripetere ritmicamente dentro di sé, come il segnale di occupato. Non riusciva a riattaccare. O forse neppure voleva.
Poi, a un tratto, quel senso di inquietudine era sparito. Proiettata sulla parete di fronte vedeva l’immagine del suo Simo; la sigaretta portata alla bocca, il fumo che lo annebbiava. Vedeva i suoi occhi, però, e li vedeva a colori stagliarsi dallo sfondo imperturbabile in bianco e nero della parete; lo fissavano, avvicinandosi progressivamente fino a risucchiarlo.
Era come se la sua immaginazione, ancora una volta, lo avesse fatto schizzare via da quella stanza verso un'altra dimensione. E mentre stava avvenendo tutto questo, avvertiva il calore della mano di Simo e ne vedeva l’immagine riflessa nei bicchieri di Beaujolais nouveau che portavano alla bocca, incrociando le braccia, l'uno verso l'altro.
Era stanco, Andrea; ma iniziava a sentirsi, con tutta l’approssimazione umana del termine, un sopravvissuto. Sì, iniziava a sentire che fra lui, i suoi sensi di colpa e l'altro esisteva un concreto punto di riferimento, e doveva sentirsi fortunato per questo e lasciarsi andare. Ne aveva un bisogno assoluto.
E lo avvertì come una scossa registrata dal corpo, nel momento esatto in cui sentì inserire la chiave nella toppa della porta. Proprio una bella scossa.