Mentre chiude la porta della stanza alle sue spalle, si sente confusa. O meglio, cerca di ricacciare giù quella cosa che sente salire ed esplodere incontenibile in gola. In fondo non riesce a sentirsi in colpa, né lo vuole. Perché, poi? Del resto l’ha sempre desiderato di farlo. Lei, l’altra, fino alla voglia di fisicizzare la loro amicizia.
Tuttavia non può neppure fare finta che non sia successo. E ci pensa, quanto ci pensa, intanto che cammina lentamente seguendo il lungomare. Il chiasso si dirada: può sentire il fruscio del mare e respira a bocca aperta l’aria che sa di salsedine.
Giada le piace proprio. C’è qualcosa in lei che non sa spiegare. Si può desiderare così tanto qualcuno al punto di odiarlo e la notte non dormire per questo? Quanto le piace Giada. Eppure la sua bellezza la fa soffrire, riesce a stordirla, finendo per lacerarle il cuore giorno dopo giorno, fino a farla impazzire.
Ma ha deciso, e questo pomeriggio c’è stata. È stato meraviglioso. E il suo amore si è tramutato in vera passione: una prigione di pulsioni, di desideri e di bisogni da cui, sa, non riuscirà più a liberarsi.
Prova un improvviso impeto di tenerezza. Com’è possibile essere così innamorata e così infelice? E lei non poteva fare nulla per impedirselo: non si può consolare nessuno per il fatto di essere nato e di dover morire.
Si mette a sedere sul muretto. Di fronte a sé, il mare. Il suo mare, quello che non c’è altrove; quello che sa della sua terra, che riesce a tranquillizzarla, a metterla in pace con le ingiustizie del mondo. Prende una sigaretta dal pacchetto di Camel, l’accende senza rumore e riprende la sua contemplazione.
All’improvviso guarda l’orologio. Segna le otto. Pensa per un attimo che a casa la stiano aspettando: la madre, la sorella, il padre perennemente via per lavoro e stasera di ritorno per cenare tutti assieme; ma a lui, di lei, è sempre importato poco. Loro, la sua famiglia… Chiude gli occhi per un attimo; quell’euforia che prova la conosce bene: è l’euforia della solitudine.
Si stringe nelle spalle. Apre gli occhi e salta giù dal muretto. Riprende a camminare lentamente, fissando lo sguardo davanti a sé, verso il suo mare, mentre l’avvolge con la sua brezza che sa di salsedine.
Sarebbe partita l'indomani. Con Giada. Probabilmente stasera lo avrebbe detto in casa, o forse neppure. E sorride. Poi guarda di nuovo il suo mare e sorride ancora. Adesso non ha più paura di niente. Adesso c’è Giada e il loro amore. E nell’aria sente finalmente che è primavera, anche per lei.
«Sì, arrivo mamma». E chiude il cellulare.
Quando Giada si sveglia nel letto, Martina è lì che dorme al suo fianco. Ha la testa reclinata sul suo seno e lei può sentirne il respiro bollente contro i capezzoli nudi, che si inturgidiscono al piacere procuratole dal ritmo regolare dei soffi.
Sono trascorsi tre mesi da quel giorno, quando se ne sono andate da casa, e lei nel frattempo è riuscita a sopravvivere alle ingiurie dei genitori di Martina e a Marco.
«Sei una puttana!» le aveva urlato. «E io uno stronzo… sì, uno stronzo che in tutto questo tempo non si è accorto di scopare una lesbica!»
Adesso Giada avverte dentro di sé che una porta segreta comincia ad aprirsi.
«Non siamo più ragazzine, ci siamo cercate da tutta una vita...» le ha detto Martina qualche giorno prima, passandole le dita tra i capelli. Poi le ha preso la mano destra e le ha baciato il palmo, aggiungendo subito dopo: «Ti conosco da sempre».
In quell’attimo Martina si stiracchia nel letto, spostandosi contro la spalla dell’amica, battendo le palpebre e sbadigliando. Come un riflusso, la tranquillità invade l’anima di Giada, che giunge persino a chiedersi se tutto questo sia reale o non sia invece uno di quei sogni che faceva spesso da ragazzina. Uno di quei sogni che la terrorizzavano perché aveva paura — paura di soffrire, di non farcela, di non riuscire a sopravvivere all’inquietudine che ogni giorno si impossessava della sua fragile anima di adolescente.
Per un attimo i loro sguardi si incrociano, prima che Martina la baci.
«Buongiorno cucciola mia» le sussurra un attimo dopo, tirandola a sé. E le sorride, di un sorriso che può avere solo una ragazza che conosca intimamente un’altra ragazza. Un sorriso tranquillizzante, fiducioso; proprio così: fiducioso.
A ogni modo, chiunque avesse visto in quel momento Martina sorriderle, chiunque avesse colto la loro espressione di felicità, non si sarebbe ingannato. L’avvertono entrambe, anche se confusamente, abbracciate nel letto in questo modo, con silenzi, con assenza di domande, con una frase che non si coglie… Perché nulla e nessuno, nessuna supplica avrebbe potuto impedire loro di vivere la propria vita insieme, e l’indomani di ritrovare i loro corpi, i loro respiri, le loro voci e l’implacabilità del loro desiderio.
E certe di questo, si abbandonano al momento felice che precede l’amore.