La giornata è iniziata di merda. Sai quelle mattine che partono storte? La testa pulsa, gli occhi non ne vogliono sapere di aprirsi e la bocca sa di stantio. Come se non bastasse, la moka trabocca. Sento il profumo che invade la cucina ma non ho la forza di prepararne un altro; finisce che succhio con la cannuccia il caffè sparso sui fornelli, come fosse l’ultima cosa concessami prima di morire.

Non ricordo quasi nulla di ieri sera. Forse ho bevuto troppo, eppure quel succhiotto che scopro sul collo specchiandomi in bagno sono sicuro di non avercelo avuto. All’improvviso i pezzi tornano al loro posto: il tipo incontrato in discoteca, i giri al Desideria e, infine, la scopata. Ma lui dov’è? Mi chiedo fissando il mio riflesso. Già, lui. L’affascinante lui.

Esco dal bagno barcollando verso la camera. È lì. Rimango un attimo immobile, nudo come un verme, appoggiato allo stipite della porta a fissarlo. Com’è possibile che finisca sempre a letto con chiunque si mostri carino? Mi basta un sorriso e mi sciolgo come neve al sole. Sono fatto così, mi rispondo a mezza voce.

Mi siedo sul bordo del letto, vicino a quel fondoschiena ipnotico. Non resisto: inizio ad accarezzarlo. Risalgo lentamente lungo la schiena, sfiorando la pelle. Quel corpo ricomincia a emozionarmi esattamente come ieri sera; sento il quarto movimento della Nona di Beethoven salirmi dentro, un crescendo che mi invade la testa e che so già mi esploderà nel cervello.

Mi chino, ne annuso l’odore, ci passo la lingua. Mi nutro del suo sapore, intenso e delicato, percorrendo quel corpo in lungo e in largo, come farei con la mia moto sulle strade di montagna. Arrivo con la lingua al valico, al confine tra la mia bocca e la sua. Cerco di entrarci, facendomi largo tra labbra socchiuse, rosse e carnose.

Finalmente le nostre lingue si trovano: complici, iniziano un gioco di movimenti lenti e caldi che si fanno via via più profondi. Intanto i nostri sessi si sfiorano; ci cerchiamo come due amanti allo sbaraglio che hanno trovato un’intesa fatta di istinto e desiderio.

Dio, quanto mi piace. Tra le sue braccia provo una pienezza che ci completa. Un appagamento che va oltre il sesso: è qualcosa di viscerale, una pace che mi riconcilia con me stesso. È come mettere a tacere la coscienza di fronte ai mali del mondo; su quel corpo, su quei brividi, sento di poter contare per sempre. Finché restiamo abbracciati così, nulla può farci del male.

È strano come le sensazioni di un istante possano condizionarti la vita, fino a ridurti in un angolo, incapace di reagire. Ecco, lì tra le sue braccia mi sentivo esattamente così: stranamente inerme. Non che non lo desiderassi, ma è possibile che il mio star bene coincida sempre con un azzeramento della volontà? Questo lasciarsi andare al desiderio dell’altro, compiacersi del suo piacere ignorando il proprio... è una predisposizione a cui non sono preparato.

Lui mi sussurra all’orecchio parole di una dolcezza infinita. Sento brividi scendermi lungo la schiena e mi chiedo se mai cambierò. Stronzate. Non è da me. Io sono qui a masturbarmi il cervello con paranoie da collegiale mentre lui mi stringe il sesso, masturbandomi per davvero. Lo fa con la consapevolezza di chi vuole andare oltre il semplice piacere fisico.

E allora? Mi dico. Ci sei andato a letto con molti altri. Ti piaceva accarezzarli, sniffare il loro odore unico, sentire la pelle liscia, entrarci dentro... Quell’umidità calda che ti avvolge. E allora, che c'è che non va?

«Va tutto bene?» mi chiede all’improvviso.

Mi fissa con uno di quegli sguardi che non dimentichi, di quelli che sembrano leggerti il futuro e mettono a nudo le tue emozioni. Odio quando succede.

«Cosa?» rispondo. «Ho fatto qualcosa che non dovevo?» «No, scusa. Non è colpa tua.» «Possiamo parlarne?» «No, è tutto okay» dico, sapendo perfettamente di mentire. «Sicuro?» insiste lui, mettendosi a sedere.

Lo guardo in silenzio. Lui non distoglie lo sguardo. Allora mi stacco, mi alzo. Infilo velocemente jeans e maglietta. «Scusa, devo andare... alle dieci ho lezione.» Lo dico con un tono poco credibile.

Lui sa bene quanto mi importi dell'università. Mi rivolge un mezzo sorriso amaro, senza voltarsi. Poi mi viene vicino, mi mette un braccio sulla spalla e mi punta gli occhi addosso. Uno sguardo profondo, impegnativo. «Se non ti vado più bene, dillo. Non far finta di niente.» «È che ho bisogno di stare solo. Di capire come funziona...» «Come funziona cosa?» ribatte alzando la voce. «Mi piaci, ti piaccio, ci piace farlo. Che cazzo c’è ancora da capire?»

Mentre parla, ho già la mano sulla maniglia, pronto a scappare da quella situazione insostenibile. Lui mi blocca. «Dove vai?» chiede con quel suo sorrisetto di sfida. «Questa è casa tua...» «Appunto» rispondo io. «Tira la porta quando esci.»

E me ne vado.

Mi odio quando faccio lo stronzo così. L’ho fatto senza ragione, senza che lui lo meritasse. Solo perché mi "tirava il culo". Ma per cosa, esattamente? Mi domando appena fuori. Forse perché lui ha capito che non ho il coraggio di ammetterlo. Ammettere cosa? Che mi piace andare con gli uomini?

Ecco, l’ho detto. O forse è perché lui ha visto che non ho le palle per sostenere una scelta del genere; che non mi accetto, che vorrei sentire addosso, per una volta, la serenità della "normalità".

«La serenità della normalità?» urlo scendendo le scale di corsa. Ma che cazzo dico? Inizio a ridere come un matto. Una risata isterica, di quelle che ti fanno venire le lacrime. Parlare di normalità oggi, quando nulla è definito e tutto è instabile, in bilico su un confine immaginario... che senso ha?

Mi fermo di colpo e mi siedo sui gradini. Rimango lì, con le gambe di traverso, a pensare. Anzi no, non c’è più tempo per pensare. Bisogna agire, lasciare che le cose vadano come devono. Prendersi troppo sul serio fa male, ti fa perdere la dimensione della realtà. Finisci per vedere gli altri non per ciò che sono, ma per come vorresti che fossero. Un’illusione perenne che ti distrugge.

All’improvviso sento un tocco sulla spalla. Mi volto. È lui, chinato su di me, che mi sorride. Lo guardo e ricambio. Mi bacia sulle labbra con tenerezza. Troppa. E ancora una volta non posso fare altro che sciogliermi tra le sue braccia, come neve al sole.

Pochi istanti dopo faremo l’amore, abbandonati nel letto della mia soffitta. Alla faccia dell’università e di tutto il resto.

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