La vecchia station wagon procede con un'andatura regolare lungo la statale, a quest'ora della notte poco trafficata. L'uomo, di quasi quarant'anni, guida come se le mani sul volante si muovessero scollegate dal cervello. Come se non fosse lui a condurre l'auto, ma un pilota automatico inesistente. E si trova a riflettere in questo suo navigare.

Nel frattempo un chilometro più avanti, un ragazzo di quasi sedici anni — jeans larghi e cascanti, felpa rossa, capelli lunghi raggrumati nel berretto di lana infilato sulla testa — è in piedi ai bordi della strada, fermo nella sua immobilità a chiedere un passaggio. Gli occhi, se uno li fissa abbastanza a lungo, si solidificano in qualcosa di simile a dei cubetti di ghiaccio. A guardarlo bene, poi, ci si trova tutta la tristezza che deriva dalla sua condizione di adolescente combinata con il suo piccolo passato, probabilmente melanconico, e nessun futuro; perché è sempre oscuro, quasi invisibile, il futuro dei ragazzi di sedici anni.

Egli sente il rumore del motore. Vede due fari sbucare lontano dalla rotonda. E poi vede la station wagon scolpita in nero contro la luce della notte, venirgli incontro.

L'uomo alla guida ha lo sguardo assente, fisso davanti a sé, intontito dalla solitudine che perseguita come un destino gli uomini senza passato né futuro, che abbiano poco meno dei quaranta o quasi sedici anni. E tuttavia riesce a notare con la coda dell'occhio il ragazzo, passandogli accanto e proseguendo oltre, così esile e mezzo curvo per la magrezza e il freddo. Frena istintivamente, l'uomo, come se quel dito alzato del ragazzo avesse fatto scattare in lui un segnale recondito, qualcosa di latente, lì in attesa di essere portato alla superficie.

La vecchia station wagon accosta. L'uomo aspetta che il ragazzo si avvicini. Ora si contemplano in silenzio: l'uomo appoggiato al volante, il ragazzo appoggiato al finestrino abbassato per metà. Di colpo l'uomo si allunga sul sedile e apre lo sportello dell'auto; fa cenno con il capo e, in un attimo, il ragazzo è dentro.

Quindi la vecchia station wagon riprende la strada con il suo inevitabile procedere in direzione della notte. Lo stereo manda in sottofondo le note di un pezzo di musica classica che il ragazzo ha già sentito da qualche parte, ma che non sa battezzare. Forse qualcosa che ha a che fare con le stagioni, gli sembra di ricordare. Comunque non gli dà fastidio, anzi lo trova adatto per cullare questo incontro sbucato dalla rotonda della provinciale...

«Da dove vieni?» gli chiede l'uomo, quasi subito.

«Da dove...?» mormora il ragazzo, fingendo di non capire.

«Sì, da dove… sei sordo?» fa di nuovo l'uomo, questa volta modificando leggermente il tono della voce.

«Dal paese prima» gli risponde secco, il ragazzo.

Intanto la vecchia station wagon prosegue incurante della notte. Sicura nella sua andatura regolare. Ecco, ad un tratto inizia a piovere: appena qualche goccia che sporca il parabrezza della station wagon. L'uomo fa scattare il tergicristallo — o forse è il pilota automatico che è in lui a farlo. Quasi subito il ragazzo nota come stranamente il rumore regolare procurato dallo sfregamento delle asticciole sul vetro vada perfettamente a ritmo con la musica, segnandone il tempo come un metronomo. E si sente quasi ipnotizzato, ammaliato dalla cadenza, come un pendolo che gli oscilla davanti.

«E così vieni dal paese prima…» riprende l'uomo accendendosi una sigaretta.

«Posso averne una?» azzarda il ragazzo.

L'uomo appoggia quasi subito il pacchetto stropicciato sul cruscotto polveroso dell'auto. Il ragazzo allunga una mano, con aria assorta, verso il pacchetto.

«Sono uscito dal riformatorio…» mormora dopo un po' il ragazzo, mettendosi tra le labbra una sigaretta. Poi più niente.

Nel frattempo la vecchia station wagon è arrivata al bivio del ponte. L'uomo evita di prendere l'autostrada e prosegue lungo la statale.

«Dal riformatorio?» dice tranquillamente l'uomo.

«Mi sono fatto tre anni…» riprende il ragazzo, con un fremito nella voce. «Tre lunghi, schifosissimi anni per tentata rapina.»

L'uomo non sembra turbato dall'affermazione del ragazzo. Solo un piccolo movimento del labbro, solo per un secondo, tradisce una certa emozione.

«Perché mi racconti questa faccenda?»

Il ragazzo non risponde, osserva il volto dell'uomo. Lo fa con una stanchezza infinita e come se vi stesse cercando qualcosa, mentre aspira dalla sigaretta.

«La cosa che ti spaventa come arrivi...» inizia poi quasi subito, mandando una serie di anelli di fumo verso l'alto, «più delle guardie, sono i rumori… I rumori delle chiavi, dei cancelli che si aprono e subito si richiudono, e le sbarre… Tutte quelle sbarre ti fanno mancare il fiato!»

S'interrompe di colpo, con quell'estraniamento tipico di molti ragazzi della sua età, e per un attimo non dice più nulla. Guarda fuori, al di là del finestrino. Intanto la musica dello stereo risparmia all'uomo ogni parola.

«I problemi, quelli veri però...» continua il ragazzo di lì a poco, come a proseguire il filo dei suoi pensieri, «quelli che non puoi eliminare, cominciano quando devi capire chi comanda davvero, chi guardare negli occhi e chi invece è meglio se abbassi lo sguardo… Poi il tempo, il tempo che non passa mai, ed allora ti senti come una barca a vela in mezzo al mare, quando c'è bonaccia e il tempo e lo spazio intorno a te sembrano cristallizzati…»

D'improvviso si volta verso l'uomo.

«Ho sbagliato, cazzo!, sì ho sbagliato. Per adesso ho scontato la pena e…»

Lui, l'uomo, si passa il palmo della mano nei capelli come accarezzando per un attimo un desiderio perduto, e dice:

«Non aver paura, passerà… Non aver paura, ragazzo. Troverai la strada giusta, anche se la strada giusta non esiste. Ma la troverai la tua strada, prima o poi, se saprai tener duro…»

«Ora voglio solo recuperare...» ribatte il ragazzo, e tira su con il naso, «cercando di acquisire più emozioni possibili, immagazzinando l'odore della vita e fissando quante più immagini può la mia mente.»

«Già…» fa l'uomo, emettendo un sospiro, come preso da un improvviso senso di melanconia, con quella dolcezza che nasce spontanea tra due persone sole nel mezzo di una notte strana e bagnata. Un uomo di quasi quarant'anni e un ragazzo di meno di sedici, senza età tutti e due ma così potenti nella loro fragilità, inebriati di notte e di molta solitudine.

Allora il ragazzo si accende un'altra sigaretta, poi si sporge lentamente verso l'uomo: i due si guardano, ben dentro e in fondo agli occhi, per un istante che sembra indefinito. E il ragazzo, in un gesto in cui la mano che stringe la sigaretta sfrega contro la barba aspra di tre giorni dell'uomo, gliela offre poggiandola dolcemente tra le labbra socchiuse, che sembrano lì in attesa da tempo di un gesto risolutore di cui tutti e due hanno bisogno per continuare a vivere...

Intanto la vecchia station wagon continua, distaccata, il proprio viaggio verso una destinazione che solo lei sembra conoscere.

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