Quando Aldo entrò per quella porta, Nino era lì, disteso sul letto ad aspettarlo. Sembrava se ne stesse così, nudo, abbracciato a quel cuscino da troppo tempo. Ad Aldo piaceva da morire quel corpo; Dio sa quanto lo eccitava. Del resto, lo aveva sempre saputo e non aveva mai cercato di nasconderselo. Lo guardò a lungo prima di riprendere fiato. Osservò con le palpebre semichiuse quella bocca sottile che aveva baciato tante volte e di cui conosceva perfettamente il sapore.

La sensazione ch’egli avvertiva all’improvviso era legata a ciò che avevano fatto l’ultima volta. S’interrompeva in gola o poco più sotto. S’interrompeva soprattutto là dove iniziava il piacere di rivederlo in quella posizione. Del resto Aldo – se lo ripeteva dal primo istante in cui era entrato in quella stanza – non riusciva a immaginarsi niente di più eccitante.

Eppure, tutt’a un tratto, si era chiesto perché fosse ritornato. Che cosa l’avesse ricondotto lì. Di sicuro non voleva scoprirlo, perché sarebbe stato pericoloso. O peggio: saperlo gli avrebbe forse dato la possibilità – anche se recondita o assopita in qualche angolo nascosto della mente – di pentirsi della sua scelta. Questa volta voleva evitare di vanificare quel loro ritrovarsi a letto insieme. E poi, non voleva rischiare di perderlo di nuovo.

«È bello vederti» gli aveva detto alla fine, dopo averlo salutato con un leggero sorriso, sedendosi sul bordo del letto.

Nino lo aveva abbracciato. Aveva chiuso gli occhi e gli si era strusciato contro. Aldo aveva pensato che quell’abbraccio fosse una certezza, mentre la presenza dell’amico era sempre stata così precaria. Ma lo stesso aveva pensato Nino dell'altro. Entrambi avvertirono comunque che l’essere di nuovo insieme, in quella stanza d’albergo, era dannatamente palpabile e che niente e nessuno avrebbe potuto cambiare la realtà di quel pomeriggio d’autunno inoltrato.

Eppure Aldo non riusciva a sgomberare la mente. Neppure adesso, mentre l’altro gli era sdraiato accanto. Gli piaceva sentire il suo fiato addosso; gli era impossibile non ammetterlo. Eppure non riusciva a liberare i pensieri. Si ricordava dell’ultima volta, circa un anno prima, dei propri allucinanti tentativi di fargli rispettare qualcosa. Ricordava di aver urlato a Nino che non aveva ragione e che non meritava di essere offerto in sacrificio al miglior offerente del momento. E anche se sapeva che Nino era stato un bastardo e che lui avrebbe dovuto fuggire in direzione opposta fin dal primo momento in cui si erano incontrati, era ugualmente consapevole di non potere e non volere fare a meno di lui.

Il tempo non l’aveva protetto affatto. Anzi, l’aveva spinto di nuovo a letto con lui. E non era esattamente come gli dicevano tutti i suoi amici, ovvero che dopo un certo tempo non ci si sente più coinvolti. Non lo era affatto. Ci sono cose che non si possono evitare.

«Come si può evitare di innamorarsi?» aveva sibilato Aldo all’improvviso.

Aveva osservato per un attimo l’amico poco più sotto, che gli abbracciava la parte inferiore del corpo. Stava tornando in lui quel rimescolamento del sangue. Si sentiva stanco di stare in guardia, stanco di percorrere sempre strade in salita. Adesso avrebbe voluto rotolare giù in discesa, sprofondare nel sollievo liberatorio del sesso. Nino era così per lui: un sollievo liberatorio. Una droga. E aveva lasciato che la visione andasse in dissolvenza.

Nino si era bloccato un istante solo ad osservargli il pube a pochi centimetri dal naso. Aveva avvertito quell’impulso che l’obbligava a farlo. Gli capitava spesso durante il sesso con una persona che gli piaceva: doveva sospendere per un istante quello che stava facendo e restare in ascolto.

Aldo non emetteva suono. Appariva immobile. Allora Nino gli aveva annusato la pelle in quel punto. Aldo aveva avuto come un sussulto. E avevano capito. Insieme, ancora una volta, avevano superato lo sbarramento e potevano finalmente tornare a respirare all’unisono. Così Nino si era stretto all’amico ancora più forte, con le labbra ben salde a quel corpo che amava più di ogni altro. Più della sua stessa vita.

Quando più tardi Aldo si era alzato per andare in bagno, si era fatta un’ora indecente. Nino gli aveva detto di essere sfinito e di aver bisogno di dormire, ma al suo ritorno Aldo gli si era buttato addosso, ignorandolo.

«Sul serio, ho bisogno di dormire» gli aveva detto Nino per la terza volta.

Aldo non rispose. Allora Nino, con un gesto improvviso, gli aveva passato il braccio intorno e l’aveva avvicinato a sé. Lo aveva fatto in modo naturale, ma deciso. Aldo era rimasto colpito dalla spontaneità di quel gesto. O meglio, sorpreso da quanto bene ci si possa sentire, a volte.

 

Nello stesso momento in cui l’amico gli aveva messo un braccio intorno alle spalle e l’aveva attirato a sé, in quel preciso istante Nino gli era diventato familiare. Nel loro rapporto, fino ad allora, lui era stato soprattutto indispensabile, una persona di cui non riusciva a fare a meno ma che non aveva, in nessun modo, compreso. Ma adesso lo aveva capito davvero. Stretto tra le braccia dell’altro, si sentiva finalmente al sicuro. E per un istante Aldo ebbe la strana sensazione di trovarsi accanto a un clone di se stesso.

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