Aveva quasi smesso di piovere. E lui si sentiva il cuore in gola mentre percorreva, camminando senza fretta, le viuzze poco illuminate del centro. Si fermò a un angolo per accendere una sigaretta. Non sapeva se proseguire.

Esisteva ancora la possibilità, seppur remota, si chiese tutt’a un tratto, che la situazione potesse tornare alla normalità? A dire il vero, sperava di cogliere il destino alla sprovvista. Si lasciava andare alle fantasticherie di questa follia. Non sapeva quali, eppure si sentiva bene come non gli era mai successo. Lui, uomo un po’ blasé, si portava appresso da tempo il germe di quella tristezza innata che lo immalinconiva ogni giorno di più: dapprima con indulgenza, poi con fastidio e, in ultimo, con quella certa disillusione che la vita finisce sempre col dare alle persone della sua età.

Erano da poco passate le sei del pomeriggio quando finalmente Piero arrivò sul portone della casa. Portava i soliti jeans e la solita giacca spiegazzata di velluto a coste di colore blu scuro. Non sapeva bene cosa gli stesse per succedere, né cosa avrebbe potuto fare per interrompere quella sensazione di incertezza che lo stava assalendo. Forse lo immaginava appena, o forse neppure. Però di una cosa lui era certo: non osava desiderare una parte più temeraria.

Richiamò il numero in memoria sul cellulare, senza pensare. Gli lasciò fare due squilli: era il segnale. Poco dopo sentì lo scatto della serratura del portone di fronte a sé. Rimase fermo lì accanto, un attimo o forse qualcosa di più, come a raccogliere i pensieri nella morsa di un vero e proprio dolore fisico. Poi, di colpo, scostò la porta con il piede destro ed entrò.

Tutto era iniziato una settimana prima. Piero era rimasto affascinato dall’idea. Del resto ci pensava da tempo, da qualcosa come tre lunghi mesi. Sarebbe stato un gesto liberatorio, alla fine: un atto di sfida contro i propri rimpianti. Aveva deciso: da quel momento avrebbe desiderato solo rimorsi.

E pensò solo a se stesso e a quello che stava per succedergli, ridacchiando come un bambino sul punto di combinare una marachella. Dal canto suo, Piero non aveva del resto temuto per un solo istante di potersi tirare indietro, che all’ultimo minuto sarebbe potuto rimanere immobile, pietrificato al palo di partenza. Forse perché era ancora ebbro delle numerose eccitazioni mentali che l’idea di poterlo finalmente fare aveva scatenato dentro di lui; o forse perché aveva semplicemente scorto l’opportunità che non si sarebbe ripresentata un’altra volta tanto facilmente.

Senza nemmeno farci caso, Piero salì in un lampo le scale arrivando all’ultimo piano. Sentiva crescergli dentro l’esaltazione, di gradino in gradino. Per quanto potesse sembrargli strano, a questo rialzo dell’adrenalina seguì tuttavia una tregua, un armistizio, che lo avrebbe aiutato ad affrontare la cosa in una prospettiva migliore. Se c’era una prospettiva migliore!

Lui stava tradendo, dopo quindici anni di esistenza coniugale. Per la prima volta. Se ne rese davvero conto all’improvviso, nel preciso istante in cui questa consapevolezza si trasformò in desiderio di trasgredire. Provò un dolore sordo, però, e si immobilizzò sulla soglia del pianerottolo con il fiato in gola.

Piero sapeva che la cosa sarebbe finita lì, che comunque non poteva continuare. E questo lo faceva star meglio. Tuttavia adesso, finalmente libero da tutte le remore che lo avevano incatenato per anni alla propria morale borghese del cazzo, Piero non si era mai sentito così vicino a detestarsi. Si detestava per aver imposto a se stesso un umiliante aut aut di cui non conosceva ancora l’esatta natura, ma che evocava già in lui ricordi di iniquità puerili.

«Siamo tuttavia più spietati quando vediamo la nostra bassezza – si ricordò di aver letto da qualche parte – le nostre spregevoli ipocrisie riflesse in quelle dell’altro».

Il ragazzo, fermo sulla porta ad attenderlo, gli sorrise. Non aveva la vanità eccessiva di chi fa marchette, Piero lo notò subito. Aveva invece qualcosa di irresistibile nel viso, un’aria sorprendente di gioventù. E questo gli ispirò una immediata passione. Un desiderio violento che non aveva mai provato prima. E la paura che pervase Piero all’improvviso – una paura che non abbracciava soltanto la moglie, ma anche il proprio futuro su questo pianeta – in quel pianerottolo, all’ultimo piano di quel vecchio palazzo del centro, si mescolò a una euforia quasi incontrollabile.

E allora pensò: la moglie lo avrebbe forse perdonato?

 

- PRIMO MOVIMENTO -

 

Quando entrò per quella porta, Piero si sentì meglio. Davvero. Tutte le paure svanirono in un attimo.

Adesso là, in quell’appartamento, desiderava solo toccare il ragazzo che aveva dinanzi. Toccarlo però in un modo particolare, quasi tenero, e non come avrebbe desiderato fare il cliente con la propria marchetta. Anche se Piero sapeva perfettamente chi fosse il ragazzo: una marchetta conosciuta non più di una settimana prima nella chat di un sito gay.

Pare che chi è sessualmente attivo sia meno vulnerabile alla depressione e al suicidio. Questa cosa Piero l’aveva forse letta da qualche parte e, al momento di chattare, averla pensata gli parve una grande stronzata. Lui lo era ancora, però, sessualmente attivo. Ne era consapevole. Ma era anche maledettamente propenso alla depressione. Allora?

Allora, con il vigore di un adolescente che lotta per la propria causa, Piero si convinse che trasgredire tradendo la moglie per lui sarebbe stata una sorta di medicina. L’unica medicina ancora in grado di attenuare quel senso di malessere che cresceva tra di loro con il passare del tempo. Una medicina che non dava assuefazione; e il suo organismo aveva fin lì metabolizzato tossine ben più pericolose di quelle che la componevano.

Ancora adesso, mentre scrive, Piero si chiede cosa sia successo dopo, durante quella prima volta e gli incontri successivi, perché lui s’innamorasse del ragazzo con una tale naturalezza e un'intensità mai provate. In effetti si rese conto quasi subito, e ancora meglio con il passare dei giorni, che l’amore per il ragazzo bastava a colmare l’ansia che aveva dentro, ridurre le paure, abbattere le inibizioni. Anche se tutto questo lo faceva stare maledettamente male. Una sofferenza che iniziava il momento prima del distacco e svaniva all’incontro successivo.

Succedeva spesso che, per questo, Piero finisse per affrontare il ragazzo. Un bisogno di aggredirlo verbalmente che veniva da lontano, quasi a volerlo rendere colpevole dei propri sensi di colpa e delle proprie frustrazioni, le gelosie per gli altri amanti, il bisogno di possederlo potendolo avere tutto per sé.

Adesso, in quell’appartamento che gli sembrava familiare, Piero era dominato dalla stessa sensazione di fatalismo che aveva avuto mezz’ora prima, quando si era trovato a salire di corsa le scale di quel vecchio palazzo del centro. Forse aveva ancora una chance, si disse. Qualcosa di se stesso si era improvvisamente riversato nel ragazzo quando quest’ultimo si era allungato verso di lui all’ingresso, abbracciandolo. Gli aveva preso la mano, erano passati davanti alla cucina, lo aveva guidato fino in fondo al lungo corridoio, nella sua camera da letto.

Entrando in quella stanza, Piero rimase colpito dal fatto che l’odore fosse quello che aveva immaginato. Un aroma di legno e di polvere insieme, non sapeva esattamente; e per un istante non si limitò a ricordare le emozioni che aveva vissuto nelle sue fantasie bagnate: in quell’istante le provò realmente.

La stanza era stipata di tante cose infilate negli angoli. Gli parve il modo ordinato in cui si conserva il superfluo, al contrario di lui, che buttava sempre via tutto. Era buffo come quel ragazzo e lui fossero diversi e uguali allo stesso tempo. Erano entrambi feriti dalla vita e con una tenerezza nascosta che la voglia di fare sesso insieme faceva emergere.

Piero si sorprese a guardargli la schiena nuda, mentre il ragazzo iniziava a spogliarsi. Dalla pelle del collo sporgevano le vertebre, mentre le scapole erano come supporti di ali. Era sorpreso di quanto piccole sembrassero le sue ossa al tatto e sproporzionata la dimensione del sesso che gli pendeva in mezzo alle gambe. In viso non era diverso dalle foto che il ragazzo aveva messo su internet: solo i suoi capelli erano più corti. Rasati. E a Piero parve ancora più bello.

D’un tratto, ecco che il ragazzo inizia a toccarlo. A Piero era difficile credere di essere lì accanto a lui, nudo. Egli non aveva previsto niente del genere. Però adesso doveva solo abbandonarsi a questa sensazione. Piero sentiva il respiro del ragazzo sul collo. Era qualcosa di reale. Meravigliosamente reale. Una certa instabilità si era fatta strada in lui. Piccoli terremoti emotivi l’avevano attraversato. E si scoprì a trattenere il fiato mentre il ragazzo si curvava verso di lui e, con un gesto al limite dell’indifferenza, gli appoggiava la testa sulla spalla. Piero rimase paralizzato al sentire le labbra umide che si avvicinavano al suo collo per baciarlo. Non aveva più pensieri. Solo la netta impressione di essere vicino a una rivelazione.

- SECONDO MOVIMENTO -

 

Piero era cosciente di come quel tipo di contatto fisico, per anni cercato, diventasse ogni giorno più irresistibile. Era come se avvenisse con qualcuno che era stato lontano per molto tempo e che aveva ritrovato all’improvviso. Ma c’era di più: quel richiamo fisico riportava in superficie frammenti di tutta una vita.

Il profumo quasi familiare della pelle del ragazzo rispolverava quella serie di emozioni e di pensieri che di solito precede la presa di coscienza del sentimento. L’esaltazione di quei momenti, l’imbarazzo, il desiderio, il brivido, spesso anche il disprezzo; tutte quante insieme, queste sensazioni si trasformavano a volte in una visione insopportabile.

Il futuro è incerto. Più che mai in momenti rivelatori come questo, si disse Piero. Ma era poi sicuro che questa rivelazione l’avrebbe condotto dove sperava?

Piero era portato a credere che, alla fine, la sua vita non fosse necessariamente scontata in quel periodo. Non riusciva più a vedersi percorrere il sentiero fin lì battuto di un'esistenza tutta orientata al lavoro e alla famiglia. Era stanco. Desiderava allontanarsi. Per questo si era spesso concesso un po’ di vaghe fantasie sul tema della sua vita futura.

In realtà non aveva elaborato i dettagli. Forse non gli importava, o non gli riusciva. Di certo la sua visione era un po’ incompleta, e l’idea persistente di trovare qualcuno era sempre circondata da un alone di sospetto. Tutto quello che aveva osservato negli altri, in merito, sembrava confermare un epilogo di disperazione.

Cercava di sublimare i modelli che conosceva o ne inseguiva di nuovi. Ma ciò che vedeva o non era adatto al suo carattere – non riusciva a immaginarsi con un amante, anche il più desiderabile fra gli uomini – o era irraggiungibile; oppure, altre volte, non aveva la benché minima idea di cosa stesse davvero cercando. Tuttavia non aveva perso la speranza di scoprirlo quando fosse giunto il momento.

Ultimamente, con l’aumentare degli incontri con il ragazzo, questa speranza si era però tramutata in certezza. Sì, il momento adesso era proprio arrivato. Come un acquazzone improvviso. Sempre più spesso gli succedeva di percepirlo chiaramente, come uno dei protagonisti dei suoi racconti alle prese con una decisione importante, mentre digitava sulla tastiera del computer le parole che componevano, in una sorta di testamento, il rifiuto di una vita monotona.

Sì, quelli assieme al ragazzo erano i momenti che avrebbe sempre voluto vivere. Momenti decisivi in cui la vita gli appariva giusta. E adesso, standosene lì abbracciato all’amante, schiacciato contro il lavello della cucina – durante una delle tante cene in quell’appartamento all’ultimo piano di un vecchio palazzo del centro – in una sorta di privilegio d’amore che gli era concesso, realizzava che quello era uno di quei momenti. Qualcosa di molto simile all’idea insistente che proprio quel ragazzo, seducente e indeterminato come gli appariva, potesse trasformarsi nella persona destinata a lui.

Ma, un momento. Il passato parlava. Lui aveva una moglie, una famiglia che non aveva mai pensato di lasciare, neppure una volta. Che differenza c’era ora? Sì, certo, lui poteva avere più legami. Anche il suo corpo se n’era accorto. Però non si sentiva libero. Non poteva esserlo. Non lo era! Era come camminare in una casa che si pensa di conoscere bene e scoprire una stanza che non si è mai vista prima.

E allora, senza sciogliere quell’abbraccio, all’improvviso Piero ebbe paura.

 

- TERZO MOVIMENTO -

Quasi tre mesi dopo, così disteso, nudo, di traverso sul letto matrimoniale dentro la camera della madre del ragazzo, Piero sembrava appartenere per incanto a un bozzetto pittorico del Rinascimento, con le braccia penzoloni lungo i fianchi, le gambe divaricate e i piedi rivolti verso l’alto, gli occhi chiusi e il viso rilassato.

Avrebbe potuto essere morto per davvero, se non fosse stato per la figura del ragazzo, anch’esso nudo giù in fondo al letto, che gli abbracciava la parte inferiore del corpo e muoveva la testa in modo inequivocabile.

Piero aprì gli occhi per un istante, di poco, e guardò giù. Guardò con le palpebre semichiuse la testa rasata del ragazzo premuta sul suo sesso. La sensazione che avvertiva era piacevole e arrivava dritta al cervello. Mai provata. Una specie di boomerang che, ritornando su se stesso, faceva sì che quella sensazione rimanesse confinata a ciò che stava accadendo poco più sotto. Lo eccitava soprattutto vedere il ragazzo in quella posizione, e non sapeva immaginarsi niente di più piacevole. Gli piaceva da morire.

A chi non sarebbe piaciuto? Si disse. E di sicuro glielo avrebbe detto, se non avesse cercato anche quella volta d’immaginare cosa il ragazzo stesse pensando, e come mai gli avesse permesso di ritornare per tutto questo tempo, e ancora se fosse sul punto di pentirsi della sua scelta. Ma non voleva vanificare quel loro essere di nuovo a letto insieme. Felici di starci.

Essere in quella posizione permetteva alla sua mente di vagare in libertà, e Piero aveva quel giorno capito che poteva fidarsi del ragazzo. Assolutamente. Non perché questi avesse rispettato il suo patto, avendo smesso di fare marchette. Neppure perché questi gli avesse detto più volte di volergli bene. Di amarlo, forse, se fosse stato capace di dirlo. Ma perché adesso Piero sentiva che di lui si poteva finalmente fidare. Aveva un vero talento per queste cose, e il ragazzo gli sembrava schietto. Lo sentiva tutto per sé, come un dono ricevuto per grazia del Cielo. E si convinse che doveva solo abbandonarsi a quella sensazione che gli stava invadendo la mente, a ciò che il ragazzo gli stava facendo poco più sotto.

Alla fine di quel giorno, rivelatore improvviso del loro amore, si baciarono a lungo in bocca. A Piero non bastava mai avere a letto il ragazzo accanto, il contatto del suo corpo caldo pressato al suo. Aveva imparato in quei momenti d’intimità che l’infelicità può consistere nel non riuscire a trovare il giusto tipo di felicità. Lui adesso l’aveva trovato. Piero non solo amava il ragazzo, ma gli era anche grato per averlo liberato da se stesso, per avergli consentito di spiegare le ali. E il desiderio che provava per l’amante gli esplodeva nella mente con la potenza di bombe dirompenti. Lì dentro la camera della madre, nascosti a ogni sguardo indiscreto.

«’Fanculo, mondo!», esclamò Piero all’improvviso. Non si aspettava di vedere il ragazzo sorridere in quel modo alla sua esclamazione. Gli piaceva vederlo fare.

La positività che si era intanto diffusa nella stanza come una folata di vento era palpabile. Guardò il soffitto. E intanto non smetteva di accarezzare il ragazzo che gli era allungato vicino, con una gamba aggrovigliata alle sue. Se il loro amore avesse avuto un senso, questo era il senso giusto. Il ragazzo era il senso giusto. Quel loro stare insieme era il senso giusto. Aveva la netta sensazione che essere qui fosse l’unica cosa che gli importava: questa dolcezza, questa comunanza, questo "tutto" che non c’erano parole per descriverlo.

Allora pensò che, una volta per tutte, doveva finirla con le paranoie, le ansie, le fitte di gelosia e risentimento, il supplizio delle notti insonni trascorse a rimuginare il possibile significato di un'osservazione ambigua, come un mal di denti sordo e furtivo. E che doveva solo abbandonarsi al loro amore, che gli avrebbe invaso la mente. Per sempre.

Dio, era così dolce quello che adesso il ragazzo gli stava facendo poco più sotto, con una dolcezza sconcertante. Piero non aveva mai provato niente di simile. Sentiva scorrere le labbra socchiuse dell’altro su e giù, mentre le dita gli avvolgevano la base del pene e la lingua si inseriva come un terzo labbro. All’improvviso Piero gli fece capire che stava per venire. Si guardarono negli occhi per un attimo. E là, nello spazio di un momento, Piero lesse di nuovo nello sguardo dell’amante tutto il suo amore. La scossa fu forte.

Allora il ragazzo iniziò a masturbarlo. Era ipnotizzante quello che gli stava facendo. A Piero piaceva sentire lì quella mano che lo stringeva e andava su e giù. Gli piaceva il fatto che appartenesse proprio a lui. Al suo ragazzo. L’amore per quella mano lo invase. Era una sensazione meravigliosa e Piero voleva che non finisse. Voleva che durasse il più a lungo possibile, voleva sentirne anche la sensazione più impercettibile. Voleva davvero che il piacere che il suo ragazzo gli stava adesso procurando lo trascinasse verso gli abissi profondi della perdizione, verso l’invasione assoluta della mente. Verso il punto di non ritorno: misterioso, potente, magico.

Allora Piero chiuse gli occhi. E nel momento dell’orgasmo, un attimo prima che il getto di sperma – uno sperma ch’egli immaginò potesse brillare di minuscole scintille di luce perlata d’amore – indugiasse a mezz’aria per una frazione di secondo come una fontana che si congela all’improvviso producendo un’alta nota musicale, egli sussurrò al suo ragazzo: «Se mi lasci, m’ammazzo!»

 

- QUARTO MOVIMENTO -

 

Il giovedì pomeriggio seguente, proprio su quel letto, Piero continuava da ore ad accarezzare il ragazzo che gli dormiva accanto. Ogni tanto, quest’ultimo si svegliava nel cuore del sonno e si girava per guardarlo. Con gli occhi socchiusi gli sorrideva e lo baciava in bocca, poi si aggrovigliava a lui abbracciandolo, e si riaddormentava. Piero ne sentiva la pelle calda sotto le coperte, la schiena nuda che si schiacciava contro il suo petto, il sesso che gli cresceva in mano. Lo strinse con forza. Voleva impregnarsi di lui, del suo odore.

Si sorprendeva ogni volta di stare lì in quel modo, nella loro totale nudità. Ma quel pomeriggio fu diverso. Fu bellissimo. Piero lo capì subito dal modo in cui il ragazzo lo guardava, dal modo in cui gli risucchiava le labbra prima di baciarlo. «Come mi piacerebbe se questo giorno non finisse», pensò all’improvviso a voce alta, malinconico.

Rischiarandola, il pallido sole di quel pomeriggio di dicembre entrava timido nella stanza. Il ragazzo – bufalo della notte – preferiva le stanze buie o illuminate dalla luce elettrica. La luce del giorno non faceva per lui. Era troppo comune rispetto al suo modo di intendere la vita. Però adesso, coricato accanto a Piero nel letto della madre, nella stanza che sentiva ancora estranea per alcuni particolari che ignorava, il ragazzo non aveva previsto niente del genere. Gli era difficile credere di essere attratto da Piero in quel modo.

Cosa ne era stato della regola di non lasciarsi coinvolgere emotivamente o di quell’altra, ancora più irremovibile, di non innamorarsi? Ma con Piero sentiva che era diverso. Non si era mai fidato così tanto di qualcuno. Cazzo, se si fidava! All’inizio l’aveva percepito in maniera amichevole. Poi, con il passare delle settimane, la passione di Piero e l’insistenza con cui dimostrava il suo amore gli avevano fatto sentire molto di più. Fino a fargli dire, quel giovedì pomeriggio: «Sei importante per me».

Lui era cosciente, seppur giovane, che quella insistenza avrebbe potuto fargli intraprendere una strada che, se all’inizio poteva sembrare meravigliosamente attraente e affascinante, ben presto si sarebbe potuta trasformare in un impenetrabile ammasso di rovi. Aveva dunque paura, il ragazzo. Paura di innamorarsi. Paura di essere lasciato. Tuttavia adesso desiderava abbandonarsi a quella sensazione che gli cresceva dentro. Una nuova sensibilità si stava diffondendo in lui, c’era poco da fare. Ma c’era di più. Quella emozione era, a dirla tutta, intensa. Soprattutto per un ragazzo della sua età. In parte l’aveva forse già provata in passato con altri, si disse. Ma la persona in questione gli apparteneva veramente.

Fu allora che il ragazzo si ricordò di Guido, l’uomo incontrato cinque anni prima in quella sauna gay di Milano. Ripensò alla passionalità con cui aveva fatto sesso la prima volta. Lui, che fino a quel momento aveva solo fantasticato di cazzi più o meno grossi e che tutto ciò che sapeva sull’argomento lo aveva appreso dai pochi giornaletti gay. Persino la sua attrazione per i maschi. Quel senso di appartenenza che non riusciva ancora a raffigurare, ma che sentiva non potersi esaurire solo nella ricerca di un partner con cui scopare.

Quello che provava ora per Piero era diverso da quello provato allora in quella sauna gay, e in seguito con gli altri amanti. Il paragone gli dava proprio fastidio. Addirittura lo addolorava averlo pensato. Con Piero sentiva per la prima volta il desiderio di fermarsi. L’amava. Sì, lo amava come mai aveva amato. Ma allo stesso tempo non si sentiva pronto, o forse ne aveva paura.

Però sentire il calore del corpo di Piero che gli stava sdraiato accanto e, sulla nuca, il suo alito, lo rassicurava, lo faceva star bene. Le gambe che premevano contro i suoi fianchi, il sesso che gli si induriva, i movimenti dei suoi muscoli: tutto era così reale. Dannatamente reale, nella camera della madre avvolta nella penombra di quel pomeriggio di dicembre ormai agli sgoccioli.

Allora il ragazzo tirò su con il naso e rimase un attimo così, con i pensieri sospesi, appoggiato a Piero. Quindi si volse e gli mise un braccio intorno alle spalle. Poi s’inumidì le labbra e lo baciò in bocca, con una dolcezza e un senso di appartenenza mai provati. Dopo stettero a lungo così, abbracciati sotto le coperte e in silenzio, perché per oggi lui e Piero non avevano più nulla da dirsi. Adesso avevano desiderio di sentire solo il loro respiro.

Tutt’a un tratto al ragazzo sembrò che il vento caldo del deserto lo stesse attraversando, mentre Piero faceva scorrere le dita più in basso. Lo sfiorava dolcemente. Era come salire sempre più in alto, fermandosi su ogni livello per saggiare l’ultima sensazione provata. «Cosa mi stai facendo?», mormorò più di una volta. Dio, com’era dolce. Era davvero quella la sensazione alla quale il ragazzo voleva abbandonarsi definitivamente. Era esattamente quello il luogo, e il momento, dove voleva essere. Ma capiva che non ci sarebbe stato un annullamento totale fino a che lui non si fosse donato all’altro, per sempre. Gli piaceva pensare che l’altro fosse Piero. Con il desiderio di trovarsi lì con lui, aggrovigliati nel letto della madre, a fare l’amore. E ci si buttò a capofitto.

 

- QUINTO MOVIMENTO -

 

E così loro due s’incontrarono sempre più spesso in quell’appartamento in centro. Per quanto la mente e il cuore inspiegabilmente cerchino di sfuggirlo, il vero amore esiste. Tutti lo vogliono, anche chi afferma di aver rinunciato a innamorarsi. Non tutti, però, sono pronti. E questa cosa, Piero la pensò soprattutto riferita al ragazzo. Verso sera di qualche pomeriggio dopo, mentre il ragazzo preparava qualcosa da mangiare per loro.

Seduto tra il tavolo e la finestra della cucina, Piero lo ascoltava parlare e lo osservava. Fuori era buio e, anche quella volta, aveva quasi smesso di piovere. Ogni tanto, Piero abbassava lo sguardo sul tavolo per prendere appunti sul suo inseparabile taccuino. Poi riprendeva a osservare il ragazzo che, poco prima, gli aveva detto con voce sincera: «Voglio raccontarti ancora di me».

Intanto rimaneva in silenzio e contemplava il corpo del ragazzo: le spalle, i fianchi stretti, le gambe magre nei jeans. Ma quello che di lui gli piaceva guardare attentamente erano gli occhi, l’espressione profonda degli occhi. Perché nessuno aveva occhi come quelli, belli come quelli. Sorridevano, brillavano, raccontavano tutto di quel ragazzo. E così, anche se lo desiderava, Piero non riusciva a concentrarsi sulla scrittura. Voleva appuntare alcune frasi appena dette dal ragazzo, che poi avrebbe ripreso nei suoi racconti, ma quegli occhi…

«La scrittura è un’ottima chiave per interpretare la vita», si disse a un tratto a voce alta. «Serve a stringere forti legami con il nostro esistere, ci fa riflettere, ci fa commuovere».

Più avanti il ragazzo smise di raccontare. All’improvviso. Si schiarì la gola. In quel preciso istante fu come se qualcosa in lui si fosse bloccato. Qualcosa di ancestrale che gli era riapparso in modo brusco. Ma c’era di mezzo anche qualcosa come il timore di scoprire chissà che. Rimase lì immobile, con le spalle contro il muro, stretto tra il lavello della cucina e la lavastoviglie. Si fissarono negli occhi, per un istante che sembrò infinito, come due segugi.

«Tu pensi che io sia un mostro», gli disse il ragazzo. Poi pensò alla sua vita. Al suo futuro. Al fatto che Piero non sembrava credergli. E a un tratto si disse che non gli importava niente di sapere se Piero gli avesse fin lì creduto oppure no. L’unica cosa che voleva veramente era averlo per sé, per sempre. Contava solo che Piero non lo lasciasse. Che potesse finalmente fidarsi di lui.

Allora il ragazzo, come gli succedeva spesso quando l’aria era intrisa di un'emozione violenta, si voltò di scatto e si mise a ruggire come un pazzo. Glielo disse di brutto, in faccia, che Piero non gli credeva, che lui invece lo amava davvero, che gli venisse il più brutto dei mali se mentiva. Ma lui no! Lui…

Lui, Piero, quella volta preferì tacere. Sentiva il cuore battergli veloce in gola, ma preferì seguire il filo dei suoi pensieri sgomitolarsi nell’aria. E si lasciò andare contro lo schienale della sedia. Pensò a quella cosa – l’aveva letta una volta da qualche parte e si convinse che era vera – che nonostante i suoi paradossi, gli piaceva usare ancora il sesso come indicatore. Per questo trovava più semplice leggere i segnali che riceveva nel toccare il ragazzo, piuttosto che farne un’analisi del carattere. Questa era una delle cose più affascinanti di questo rapporto. La gente che lottava – e il ragazzo era come lui, un lottatore nato – anche quella era affascinante.

Pure questo gli venne in mente, mentre non aveva smesso per un attimo di guardarlo. Le persone che la vita non aveva provato almeno una volta erano escluse da molte cose. Erano meno aperte. Era facile intravedere disponibilità dalle persone provate. E aveva anche notato che spesso erano proprio queste ultime le più disposte a dare priorità al sesso.

Il fatto era che, al momento, il sesso con il ragazzo lo metteva in uno stato mentale veramente ricettivo. Era questo quello che realmente voleva? La risposta gli era semplice, immediata e affermativa. Sì, ne era certo. Era l’amore di quel ragazzo quello che realmente voleva. Il suo corpo e la sua anima. Però l’intensità della sua convinzione era forte al punto da dargli l’impressione di emanare lui stesso luce, di essere lui stesso radioattivo. Di solito quelli che lottano è solo perché sono più coinvolti, gli venne in mente anche questo. E lui, coinvolto, lo era del tutto nella relazione con il ragazzo. Che lo teneva a bada, capiamoci. Eccome se lo teneva a bada. Per questo Piero avrebbe voluto diventare distaccato – sì, anche solo per un attimo, approfittando di un momento di distensione, di un doposbronza come una volta gli suggerì un amico a cui aveva raccontato del ragazzo – per vedere le cose dalla loro giusta prospettiva.

Perché il ragazzo si comportava così con lui? Le persone distaccate hanno potere, e Piero lo sapeva bene. Tuttavia il fatto che fosse il ragazzo a essere il più forte lo angosciava. Non riusciva a evitarlo: era fisiologico. Forse era incapace di amarlo in un altro modo che non fosse l’insieme di desideri e di bisogni che, giorno dopo giorno, si erano tramutati in lui in vera passione. Nel modo sereno in cui il ragazzo, per esempio, continuava a ribadirgli.

«Se questo fosse vero, cioè di non riuscire ad amarlo in un altro modo», si disse tutt’a un tratto Piero, «l’unica soluzione è tirarsene fuori: non dovrei, né potrei, angustiare oltre il ragazzo». Aveva incasinato tutto, questo sì. Era perfettamente cosciente di essere riuscito a incasinare le cose ancora una volta. Ma lui non poteva tirarsene fuori. Non voleva. Ne sarebbe morto. Tuttavia morire era forse quello che voleva davvero, anche se la sua vita si era conclusa tanto tempo prima.

Però anche quella volta il ragazzo dimostrò di sapergli leggere dentro e lo anticipò. Si girò verso di lui. Si trovarono così faccia a faccia nel cucinotto di quell’appartamento. Vide che gli occhi di Piero erano diventati lucidi. Gli sorrise. Poi si sedette sulle sue ginocchia, tra il tavolo e la finestra, e gli mise un braccio intorno al collo per avvertire il suo contatto. Piero si sentì un sopravvissuto. Il loro amore era sopravvissuto a un altro assalto. All’improvviso venne disturbato da una strana fitta quasi impercettibile. Come se quella piccola fitta insistente volesse significare che niente era cambiato: l’altro era sempre il suo ragazzo, e questa era solo un’altra versione della stessa cosa.

Si scrollò di dosso quel pensiero raggelante di prima – quello di tirarsene fuori – e lasciò invece che il suo istinto seguisse la calda sensazione che si diffondeva al suo posto. Il suo ragazzo si stava di nuovo aprendo. Questa era la sensazione più bella. Forse da tutto ciò sarebbe nato qualcosa di definitivo. O forse era già nato, e lui testardamente rifiutava di crederlo. Sentì una vaga speranza raccogliersi in lui, qualcosa di imminente, qualcosa di bellissimo che stava aspettando da una vita.

Allora Piero chiuse gli occhi. Con tutta la sua forza strinse a sé il ragazzo. E si baciarono in bocca.

 

- EPILOGO -

 

Come quella volta all’inizio, quando si erano incontrati, Piero aveva camminato per un po’, prima di fermarsi sotto il portone della casa del ragazzo.

Era una sera di fine giugno, e anche in questa occasione aveva quasi smesso di piovere. L’aria sapeva di asfalto bagnato. Questo gli ricordava la sua infanzia, la sua Milano, l’odore delle cose che aveva sempre amato. Di colpo era come se intorno, per un istante, tutto si fosse fermato e, come in una scena finale del film sulla propria vita, lui attendesse lo scorrere inesorabile dei titoli di coda. E lui, Piero, dopo l’ultima volta che era stato lì, aveva recuperato, anche se solo in parte, il coraggio di ritornare davanti a quel palazzo in quel vicolo del centro. Adesso, però, era come se quel vecchio palazzo fosse stato evacuato dopo un bombardamento.

L’impressione improvvisa fu quella di trovarsi in una città uscita da una guerra, una città in cui le ostilità erano cessate di recente lasciandosi dietro solo rovine silenziose. Gli venne in mente quella battuta di un film, di quel soldato che dice all’amico che sono proprio questi i periodi più vulnerabili e pericolosi della guerra, quando le cose appaiono tranquille ma non è ancora stata firmata una vera e propria tregua.

Un brivido di ricordo gli fece stringere lo stomaco, e si sentì lacerare dentro quei pochi brandelli di carne ancora integri. Appoggiò la schiena contro il muro di mattoni vecchi lì vicino e chiuse gli occhi. «La tua bellezza» aveva sussurrato all’orecchio del ragazzo non molto tempo prima «è la cosa più straordinaria della mia vita. Anzi, tu sei la mia vita ed io ti amo perdutamente».

Come avrebbe fatto ad ammettere, allora, che adesso il ragazzo non c’era più? Lui che, da oltre un anno e un mese, ormai viveva di vita riflessa. Non aveva bisogno di focalizzare la propria attenzione o di pensare a quello che era successo, perché lui rispondesse in modo indipendente. Non aveva bisogno di farlo. Anzi, aveva notato che ultimamente, se si soffermava a pensare ad altro, l’energia contenuta in esso rischiava di vacillare o di disperdersi.

All’improvviso Piero aprì gli occhi. Puntò lo sguardo verso quel portone che sentiva anche suo, come tutte le cose appartenute in precedenza al ragazzo. Adesso, però, sembrava tutto così distante, assorto, rilassato. Persino lui si sentiva stranamente distante. Gli parve addirittura di fiutarlo nell’aria, contemporaneamente a qualcosa che gli si era strozzato in gola.

Fin dall’inizio era stata un’attrazione fatale. Piero ne era consapevole. Ma il sospetto che quello che stava per accadere fosse il giusto epilogo del dramma che si era consumato solo un mese prima era aumentato, ed era stato reso più tragico dalle sue aspettative.

Era stanco di pensare. Stanco di pensare al ragazzo che non c’era più. Stanco di pensare che non doveva pensare al ragazzo. Era stanco di cercare di adattarsi, di provare a capire se una cosa andasse contro il suo destino o se fosse il suo destino ad andare in direzione opposta. In un certo senso Piero era arrivato a questo punto. Lui non aveva bisogno di una nuova motivazione: si rifiutava di credere realmente che la vita potesse continuare senza il suo ragazzo.

Doveva finalmente procedere all’impasto fra chi era vivo e chi era morto. Perché per tutto questo tempo lui si era mantenuto in vita cibandosi solo dell’amore del ragazzo, sfamandosi della sua carne e saziandosi della sua anima. Del resto, con la morte dell’altro, anch’egli era già realmente morto. Lui era con il ragazzo un destino soltanto. Come avrebbe potuto mai distaccarsene?

Né lui avrebbe mai potuto contenere il proprio dolore in una sfera intima, distillandolo goccia a goccia in solitudine, rendendo così possibile l’elaborazione finale del suo lutto. Anche se a Piero non fregava un cazzo di socializzarlo, il suo dolore, tendendo a quel valore di purificazione che caratterizza qualsiasi espressione pubblica di un sentimento. Lui aveva dovuto nascondere il loro amore anche agli amici più intimi, fino a provarne una sorta di dolore e rabbia. E proprio per questo, anche adesso, lui non poteva esibire il suo dolore, obbligandolo alla clandestinità, al segreto. Nessuna società borghese del cazzo riconoscerebbe come autentico un lutto come il suo; né, di conseguenza, l’accetterebbe come quello che i sociologi chiamano il "lutto del cuore". Allora, accettare di lasciarsi andare, farla finita, come Piero stava facendo, aveva per lui il valore dell’unico senso sulla via del superamento di quella catastrofe non ancora ufficializzata. Un non voler riconoscere alla morte un tono minore rispetto alla vita che si è vissuta.

Di colpo Piero si ricordò di un pomeriggio – erano sempre pomeriggi – in cui egli era ben disposto nei confronti del ragazzo perché l’aveva fatto ritornare nonostante l’ennesima sfuriata. Si erano messi a letto, nella camera matrimoniale della madre, stringendosi l’uno all’altro. E dopo un po’ il ragazzo gli aveva detto che ammirava la sua intelligenza, la sua sensibilità, quella specie di devozione che, mese dopo mese, ormai gli riversava addosso, e che adesso anche lui lo amava davvero. Sì, ultimamente Piero ripensava spesso a quel pomeriggio. Riusciva a percepirlo come un favore divino e, avere avuto di nuovo il ragazzo disteso al suo fianco, l’aveva fatto sentire un predestinato.

Adesso senza il suo ragazzo, però, Piero era solamente uno straccio, un reietto. Niente è più banale che sentirsi dire "la vita continua", lo sapeva Piero. Per questo non poteva bastargli. Non poteva accettarlo.

All’improvviso Piero sollevò il capo e girò lo sguardo verso il portone. Allora, e solo allora, si accorse della donna ferma sulla soglia. Si scrutarono per un istante. E nel farlo si ricordò di quella cosa che aveva letto in Castelli di rabbia, quando Baricco descrive il volto di Jun Rail: "Quando gli uomini di Quinnipak guardavano le loro donne pensavano al volto di Jun Rail. I capelli, gli zigomi, la pelle bianchissima, la piega degli occhi… La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente. Ti impiastricciava i pensieri".

In quel momento la donna gli andò incontro. Non si mosse nulla nel suo volto mentre gli tendeva la mano, che Piero afferrò senza dire una parola. Poi vide che gli occhi della donna erano invece diventati lucidi come i suoi. E lui avrebbe voluto farle capire che non si aspettava di trovarla lì, ma come avrebbe potuto poi raccontarle tutto?

Lei gli sorrise, però. In una specie di gesto d’intesa. Fu un attimo, poi disse con dolcezza: «So tutto di mio figlio e lei, di quanto vi siete amati… Non si può più tornare indietro, ma non si lasci morire. La prego, non lo faccia!».

Piero sentì una fitta diversa prendergli il petto, il respiro e lo stomaco. E nell’attimo preciso in cui la madre del ragazzo lo abbracciò, prima di allontanarsi, rivide, riflessi in quelli di lei, gli occhi del figlio come solo lui li aveva visti l’ultima volta che fecero l’amore. Finalmente si convinse, con una consapevolezza commossa e anche disperata, che il suo ragazzo voleva così. Che doveva finalmente procedere. Solo così il loro amore avrebbe resistito perdutamente.

In seguito la donna, cento metri più avanti, si fermò. Ebbe un attimo di esitazione e si voltò. Piero alzò una mano in segno di saluto e anche lei, sorridendo, lo fece. Poi la donna continuò a camminare e gli occhi lucidi di Piero la fissarono finché non la videro svoltare l’angolo, in fondo a quel vicolo del centro storico, sparendo per sempre.

 

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Una settimana dopo, si leggerà in grassetto sul principale quotidiano locale:
Un uomo di quarantacinque anni, uscito illeso da un testa a coda, si è gettato dal viadotto della Statale. Voleva farla finita: in un volo di 12 metri. I fatti – continuerà l’articolo nella pagina della cronaca cittadina – si sono svolti ieri nelle prime ore del pomeriggio. Secondo alcune testimonianze, un’auto di grossa cilindrata ha improvvisamente sbandato dalla sua corsia e ha sbattuto contro il guard-rail che si trovava dalla parte opposta. Il parapetto ha resistito allo scontro e ha fatto rimbalzare il mezzo che è ritornato nella direzione di marcia originale. A quel punto quello che poteva sembrare un incidente stradale, reso possibile da una distrazione o un malore, si è rivelato ben altro. All’improvviso dall’auto è sceso un uomo che ha iniziato a camminare sul ciglio della strada. Dopo una ventina di metri, ha scavalcato le protezioni del viadotto buttandosi di sotto. La scena è stata vista da alcuni automobilisti di passaggio i quali, visibilmente sconvolti, hanno subito avvisato i soccorsi. I carabinieri della vicina stazione locale, arrivati prontamente sul posto, hanno constatato la morte dell’uomo. In un biglietto, trovato in seguito dai carabinieri, l’uomo ha spiegato che quello di farla finita era l’unico modo per riunirsi al suo ragazzo.

Siccome

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