Abstract: In un’atmosfera densa di nebbia e ambiguità, Mirko si abbandona all’incontro con un uomo misterioso e tormentato. Dopo essere salito in macchina, i due si ritrovano nell'appartamento di Mirko segnato dal disordine. Tra le mura domestiche, il silenzio della notte viene spezzato da un confronto brutale e sofferto, che porta a galla un legame viscerale e proibito.
In quell'attimo in cui la macchina lampeggia due volte uscendo lentamente dall'oscurità del viale, Mirko ha un momento di smarrimento. Conosce perfettamente il significato di quel segnale e chi lo sta dando. Si guarda intorno. È tardi, molto tardi, ma non è solo, e questo basta a tranquillizzarlo. C'è gente per strada, e Mirko è in buona compagnia sotto quel lampione che illumina d'arancione l'asfalto bagnato di nebbia.
“Non molla quello stronzo”, dice quello più vicino a Mirko dei tre che sono lì con lui, indicando la macchina con un ampio movimento dei capelli biondo platino.
“Cocchina, ma quand'è che ti decidi a mandarlo affanculo?”
Mirko non risponde. Sorride appena, di un sorriso tirato, di quelli che sanno d'indifferenza. Si lascia accostare dalla Mercedes. Apre lo sportello e sale in macchina. Subito dopo, l'auto sgomma via ad alta velocità.
L'uomo al volante è giovane; non può avere più di venticinque anni, o forse meno. Anche se il buio della notte esalta i lineamenti del suo viso, i tratti sono marcati, mascolini. Ha i capelli corti e un piercing sull'arcata sopraccigliare destra.
“Andiamo da te”, dice l'uomo con voce rauca, lanciando il mozzicone di sigaretta fuori dal finestrino.
Mirko si stringe nelle spalle e non risponde; o meglio, sospira qualcosa con voce molto bassa, appena percettibile. Qualcosa che suona pressappoco come un sì. Dopodiché nessuno dei due dice altro per tutto il tragitto fino alla casa di Mirko. Anche se lui sente un brivido più di una volta corrergli lungo la schiena. È il segno che il suo corpo si sta già preparando a quello che accadrà di lì a poco.
L'appartamento è ancora tutto sottosopra, così come Mirko lo ha lasciato qualche ora prima. La stanza è ancora pervasa da un odore di pizza e birra che, a quell'ora della notte, sembra ancora più disgustoso. L'uomo si butta subito sul letto, con i vestiti addosso. Mirko lo raggiunge quasi subito, anche se rimane un istante a fissarlo sulla soglia della porta, come se attraverso quello sguardo indagatore potesse giungere a chissà quali certezze, a verità nascoste da svelare dal loro involucro protettivo. Di una cosa è però certo: è attratto da quell'uomo e, a un tratto, si sente cogliere da un senso di stupore che conosce bene, ma stavolta molto più violento del solito.
La stanza è illuminata appena dalle luci della strada che, filtrando attraverso i vetri della finestra, tagliano di netto le pareti dividendo l'ambiente idealmente in due zone: una in penombra e l'altra nella più completa oscurità. E lui adesso si vede così, dentro, tranciato di netto in due come la sua camera. Una separazione che lo pone di fatto al centro di una scelta che diventa difficile ogni giorno di più.
Più tardi Mirko si coricherà accanto all'uomo, avidamente, come se da anni non aspettasse altro o avesse un'infinità di cose da dirgli o farsi raccontare, dimenticando quello che, appena qualche ora prima, l'uomo gli ha fatto.
“Mi dispiace”, dice l'uomo all'improvviso, sottovoce, con un tono quasi sentimentale che spiazza Mirko. Per un attimo chiude addirittura gli occhi, come se si concentrasse profondamente. “Che cosa c'è tra di noi? Perché c'è qualcosa tra di noi, qualcosa di cui non parliamo, ma a cui pensiamo. Ma uno di noi sta bleffando, Mirko...”
Mirko rimane in silenzio. Gli occhi fissano il soffitto, mentre una piega amara si delinea intorno alla sua bocca.
“Ammettiamo pure che sia io a barare...”, prosegue l'uomo, lentamente e con aria pensierosa. “Ma tu?”
Mirko contrae appena le labbra, con aria ostinata e sofferente. L'uomo ne scorge il profilo. Da un momento all'altro è come se i lineamenti del volto di Mirko si disfacessero a uno a uno. Prima l'attenzione concentrata, poi lo sguardo miope e smarrito. Le labbra si rilassano. Resta in silenzio, gli occhi fissi sulla parete di fronte, lacerata in due dalle luci della strada come la sua anima.
L'uomo resta in silenzio, attende che sia Mirko a dire qualcosa. Mirko, come se gli costasse fatica, lascia passare un bel po' di tempo prima di voltarsi verso l'uomo con un gesto fiacco e noncurante.
“Cosa aspetti che io faccia ancora?”, dice Mirko, serio.
“Tu non sai...”, dice l'uomo sottovoce sfiorandogli appena la mano. “Tu non sai che ciascuno di noi possiede diverse facce. Certe volte non so più quale sia quella definitiva, la mia, oltre la quale ci sono soltanto ossa...”
“Dormire, io devo dormire...”, sussurra Mirko per due volte.
Si sposta un poco di lato, ma l'uomo allunga il braccio, lo afferra per la spalla e lo tira dolcemente a sé.
“Non mi lascerò maltrattare oltre!”, sbotta Mirko. “Ti avverto, io mi difenderò; anche se verrai di nuovo in tre e ti porterai dietro i tuoi scagnozzi, io lotterò fino alla fine... E adesso voglio dormire!”
“Tu sei mio, cazzo, mio!”, adesso è l'altro a sbottare. “Tu non puoi farci niente, hai qualcosa che attira gli uomini. Ma io non riesco ad accettarlo, perché tu sei quello che sei e io sono quello che sono! Non posso uscire dalla mia pelle. Tu non sai quanto io ho odiato il tuo tatto, detestato la tua bellezza, quando salutavi qualcuno, quando sorridevi. Odiavo i tuoi gesti, il tuo sguardo, il modo con cui ti alzavi e ti sedevi... A volte mi perseguitavi anche nei sogni, allora mi lamentavo e gridavo il tuo nome... E mi capitava di svegliarmi e ti vedevo coricato accanto a me, che dormivi, e allora mi alzavo e mi dicevo che non poteva essere vero che io provassi per mio fratello un desiderio così sporco, e mi detestavo per questo. Alla fine avrei voluto morire, ma poi finiva sempre nello stesso identico modo... Lo capisci questo?”
La sua voce si spezza. Si guarda attorno con aria avvilita. Poi, con un tono diverso, quasi umiliato, riprende a parlare.
“Non volevo farti del male”, dice, “credimi Mirko, non volevo finisse così. Non lo volevo proprio. Mi dispiace.”
All'improvviso un fascio di luce illumina il viso dell'uomo. Quel volto è talmente contratto e riflette un dolore così profondo che Mirko lancia un grido soffocato. Dopodiché rimangono in silenzio e si fissano a lungo, come se attraverso quel gesto volessero finalmente capire perché si sono riuniti, ricucire le loro ferite e trovare il senso della loro vita.
Era già mattino fuori quando, in quella stanza, quei due scoprono di avere per la prima volta il coraggio di farlo senza provarne vergogna. Finalmente possono sentirsi intimamente fratelli, come non avevano potuto esserlo prima fino in fondo. E man mano che si amano, in quella stanza che prende forma attraverso la luce del giorno che inizia a filtrare dalla finestra, Mirko vede il volto dell'altro illuminarsi sopra di lui e rimangono fermi così, a guardarsi per un attimo.
In quel momento si rendono perfettamente conto che, qualsiasi cosa possa loro succedere in questo schifosissimo mondo, la felicità sta tutta lì, racchiusa nei loro corpi, su cui avrebbero potuto contare per sempre.